1 gennaio
Lojze Grozde (1923–1943)
Giovane laico
Martirologio Romano
A Mirna, nell’attuale Slovenia, il beato Lojze Grozde, martire.
Consiglio pratico
Porta oggi con te una breve preghiera e non nascondere la fede quando una conversazione ti chiede di testimoniare con serenità.
Biografia
(Sloveno: Lojze o Alojzij Grozde).
Nacque nel villaggio sloveno di Zgornje Vodale. Nato fuori dal matrimonio, aveva quattro anni quando la madre si sposò. Fu affidato a una zia. Emarginato perché non ricordasse alla famiglia la sua vergogna, fu completamente privo di affetto familiare. Ferito, si isolò, si ribellò e divenne davvero indomabile. Rifiutato da tutti, lamentava di non essere morto in un incidente. La sua unica consolazione era la solitudine dei boschi.
Quando andò a scuola per la prima volta trovò però la liberazione. Superò il complesso d’inferiorità e divenne un ottimo studente. Scoprì la lettura, che divenne la sua passione. Per quanto possa sembrare difficile, Lojze era devoto.
Infine la fortuna bussò alla sua porta. Una benefattrice gli permise di continuare gli studi in un collegio di Lubiana. Era il 1935, anno del Congresso Eucaristico. Le celebrazioni religiose lo impressionarono, ma subì anche il disprezzo dei compagni, che vedevano in lui un povero contadino trasandato e presuntuoso. Reagì violentemente alla discriminazione, ma anche con l’orgoglio di essere il migliore grazie alla perseveranza e al duro lavoro. Non aveva amici né in paese né in città e si rifugiava nello studio, nella poesia, per cui aveva vero talento, e nell’alcol. Non era però privo di qualità: dava lezioni gratuite ai compagni e li incoraggiava. Era devoto, ma cedeva ancora alle tentazioni della vita facile, smarrendosi su strade moralmente riprovevoli.
Condotto da alcuni amici, entrò nell’Azione Cattolica. Poco a poco iniziò in lui una lotta che lo portò a una conversione radicale. Stabilì un programma di preghiera e accettò responsabilità, tra cui la redazione della rivista del movimento. Capì che gli studi non erano solo mezzo di promozione sociale ma strumento di apostolato. Divenuto uno dei migliori dirigenti dell’Azione Cattolica, predicava non solo con le parole ma soprattutto con l’esempio. La sua vita cambiò nelle abitudini e nelle virtù di purezza, dolcezza, umiltà e pazienza: era un vero apostolo, testimone di Cristo. Pregava, si comunicava ogni giorno e partecipava a ritiri spirituali. Nemico della mediocrità, il suo desiderio era radicale: santo o niente! Si preparava alla vocazione sacerdotale.
Gli ultimi anni di studio coincisero con l’imminenza della Seconda guerra mondiale e con la guerra civile, che gettarono la società slovena nel caos. Al conflitto seguì l’ascesa del comunismo promosso da Tito e la persecuzione della fede cattolica. I dirigenti dell’Azione Cattolica e i sacerdoti venivano uccisi solo perché denunciavano il pericolo del marxismo. Lojze sapeva di essere un facile bersaglio e affidò a Cristo il sacrificio della vita. «Non voglio essere un uomo mediocre. Un compito così bello e sublime come quello proposto dall’Azione Cattolica vale la pena di essere vissuto a qualunque prezzo».
Nell’estate 1942 non poté tornare a casa per la violenza nella natia Bassa Carniola. Decise di visitare la famiglia il Capodanno 1943 e chiese il permesso di viaggiare. Il 1º gennaio partecipò alla Messa nel monastero cistercense di Stična, poi prese un treno che dovette lasciare perché i binari erano interrotti. Proseguì a piedi verso Mirna, dove una sentinella partigiana lo fermò e interrogò.
Gli trovarono un piccolo messale latino, l’«Imitazione di Cristo» di Tommaso da Kempis e un libro sulla Madonna di Fatima. Fu arrestato e accusato di propaganda anticomunista. Durante la notte fu torturato a morte. Il corpo fu ritrovato giorni dopo nei boschi presso Mirna, con i segni del supplizio ma incorrotto. La sua fama di santità è cresciuta e in Slovenia è considerato un vero martire. Benedetto XVI lo beatificò il 13 giugno 2010.