1 gennaio
Fulgenzio di Ruspe (ca. 462–532)
Vescovo
Martirologio Romano
A Ruspe, città della Bizacena, oggi Tunisia, san Fulgenzio, vescovo. Dopo essere stato procuratore della Bizacena, abbracciò la vita monastica e, costituito vescovo, durante la persecuzione dei Vandali soffrì molto a causa degli ariani e fu esiliato in Sardegna dal re Trasamondo. Tornato a Ruspe, dedicò il resto della vita a nutrire i suoi fedeli con parole di grazia e di verità.
Consiglio pratico
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Biografia
Nacque a Telepte, oggi Medinet el-Kedima, nella provincia romano-africana della Bizacena, nella famiglia senatoriale dei Gordiani. Lavorava come esattore delle tasse di Roma nell’Africa settentrionale, ma le pressioni dei superiori perché si mostrasse sempre più duro con i contribuenti morosi gli fecero prendere in avversione il lavoro. Nelle visite ai monasteri imparò la povertà e, per questo, chiese all’abate Fausto di Bizacena di accoglierlo nel suo monastero, dopo aver letto le «Enarrationes» e le «Confessioni» di sant’Agostino. Lasciò tutto per la vita monastica, nonostante la forte opposizione della famiglia, soprattutto della madre. Poco dopo il suo ingresso nel monastero, durante una persecuzione dei Vandali ariani del re Unerico, fu arrestato insieme all’amico Felice. La condanna a morte di Fulgenzio fu commutata nella deportazione, mentre Felice fu pubblicamente flagellato e anch’egli deportato. Fulgenzio dovette cercare rifugio in un monastero più lontano, dove divenne coadiutore dell’abate. Un’altra persecuzione lo costrinse a fuggire ancora più lontano, fino ai confini della Mauritania.
La lettura delle «Conferenze» di Cassiano, opera molto diffusa negli ambienti monastici, lo spinse a cercare un’ascesi più severa presso i monaci d’Egitto. Già in viaggio, durante una sosta a Siracusa, il vescovo locale Eulalio riuscì a dissuaderlo, informandolo dello scisma acaciano, che allora separava la cristianità orientale, compresi i monaci d’Egitto.
Andò in pellegrinaggio a Roma in occasione della visita di Teodorico, re degli Ostrogoti, nell’anno 500. Tornato in Africa, riprese la vita monastica, questa volta con la chiara volontà di dedicarsi all’ascesi solitaria, e per questo ebbe contrasti con i fedeli, che gli chiedevano un maggiore impegno comunitario. Ordinato sacerdote, fu acclamato vescovo di Ruspe, presso Cartagine, nel 508. Cercò in ogni modo di sottrarsi alla nomina, ma dovette accettarla. Pur essendo vescovo, la sua vita quotidiana rimase improntata allo spirito monastico agostiniano. Una terza persecuzione, ordinata dal re Trasamondo (496–523), lo esiliò in Sardegna, precisamente a Cagliari, insieme ad altri vescovi; qui fondò monasteri. Rimase molti anni nell’esilio sardo, finché fu richiamato a Ruspe. Le lettere che scriveva dall’esilio a nome degli altri vescovi confinati con lui spinsero il re, che apprezzava la teologia, a chiamarlo a Cartagine per discutere di teologia e metterlo alla prova. Trasamondo non ne uscì bene e lo rimandò in Sardegna. Fulgenzio poté tornare nel 523 con gli altri vescovi d’Africa, dopo la morte del re. Si dedicò al suo ufficio pastorale fino alla morte.
I suoi scritti contro l’eresia fecero di lui un celebre dottore della Chiesa. Scrisse «Contro gli ariani» nel 515; «A Trasamondo», in cui afferma le due nature di Cristo; «Contro il discorso di Fastidioso Ariano a Vittore»; «Contro Fabiano»; «La Trinità a Felice notaio»; «A Monimo», e altre opere. Tutti i suoi scritti sono d’ispirazione agostiniana, sia quando confuta le eresie sia quando parla della Trinità. Per molto tempo il passo più frequentemente citato fu il suo «dogma incrollabile»: «Non soltanto tutti i pagani, ma anche tutti gli ebrei e tutti gli eretici e scismatici che terminano la vita fuori della Chiesa cattolica periranno nel fuoco eterno»; questa dottrina è oggi caduta in disuso. È patrono di Cagliari, in Sardegna.